Nel mezzo secolo che è trascorso tra il 1875 e il 1925, mentre il tenore di vita europeo balzava a livelli prima inimmaginabili, e mentre elettricità e automobili, macchine per scrivere e film, società di mutuo soccorso e università, bagni interni e vaccini esercitavano un forte effetto positivo sulla vita di molti, gli intellettuali erano ossessionati dall’imminente declino, dalla degenerazione e dal disastro. Proprio come aveva detto Macaulay, belavano di continuo che la società era giunta a un punto di svolta; avevamo ormai visto i nostri giorni migliori.
Le fantasie di Wells e di Huxley si basano sulla considerazione che una specie che si adatti perfettamente a una nicchia ecologica statica è destinata alla stagnazione e alla totale estinzione. I loro incubi descrivono un futuro per la nostra specie che diventa possibile nel momento in cui costruiamo attorno a noi stessi un bozzolo protettivo che ci tenga al riparo dai cambiamenti, mentre le nostre facoltà mentali deperiscono. Un futuro di demenza senile, possibile sia per la specie che per gli individui. Tuttavia, quando paragono queste visioni di un'umanità statica e immobile con le turbolenze della storia umana, sono tentato di esclamare come Winston Churchill: ‘Ma che razza di gente pensano che noi siamo?’. Churchill si riferiva al popolo inglese nel 1940, quando venne generosamente invitato da Hitler a trattare la pace dopo che questi aveva conquistato la Francia. Ma un commento simile si adatta all’intera specie umana, quando gli esperti ci considerano destinati a un futuro stagnante e impoverito. La specie umana ha una tendenza profondamente radicata a dimostrare che gli esperti si sbagliano.
La geografia è una materia tremendamente importante, ma da ciò non consegue che lo siano anche i confini. Non dobbiamo confondere la geografia, che è fondamentale, con la geografia politica, che è transeunte. Purtroppo oggi le cartine raffigurano la geografia fisica e quella politica – o entrambe – come fossero vincoli permanenti. Eppure non c’è nulla di più ottuso di una rigorosa logica circolare: qualcosa deve essere perché è. Leggere le cartine geografiche è diverso dal leggere le mani: non c’è nessuna linea a prefigurare un destino immutabile. Io credo fermamente nella profonda influenza della geografia, ma non nella sua caricatura come forza monolitica e immobile.
Khanna, Parag. Connectography: Mapping the Global Network Revolution. London: Weidenfeld & Nicolson, 2016.
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