Lo spauracchio delle piogge acide insegna un’importante lezione: è facile e ci vuol poco a sollevare un falso allarme, ma farlo tacere è difficile e ci vuole tempo. La relativa ricerca, necessaria e seria, richiede molto tempo. E quando la ricerca è completata, molta gente ha interesse che la verità scientifica non si sappia - organizzazioni di appoggio che ottengono il sostegno del pubblico in seguito all’allarme e burocrati che hanno interesse a non fare vedere che avevano commesso un errore, e che hanno già costruito un impero sul problema supposto.
Possiamo affidare la selezione delle informazioni più importanti a dei professionisti? Quanto bravi sono i giornalisti a rintracciare e filtrare gli avvenimenti importanti? Il primo browser è comparso sul mercato l’11 novembre 1993 – dopo la bomba atomica è senza dubbio l’invenzione più fortunata del XX secolo. Sapete come si chiamava? ‘Mosaic’. Ma avete delle attenuanti: non ne è mai stata data notizia. In compenso, in quei giorni, in Germania al telegiornale si parlava della riforma del finanziamento ai partiti. Del presidente israeliano Rabin in visita a Bill Clinton. E della clavicola rotta del papa. Ciò significa che i giornalisti, e noi consumatori, non siamo dotati di un organo di senso che ci permetta di percepire la rilevanza.
Il nesso tra rilevanza e considerazione nei media è addirittura negativo: più clamore suscitano le notizie, meno sono rilevanti. Nel corso degli anni ho maturato una convinzione: ciò di cui non si parla, è spesso la cosa più importante!
Può a prima vista apparire improbabile che si continuino a creare leggende - e addirittura leggende metropolitane - in un’epoca di alfabetizzazione diffusa, di rapide comunicazioni di massa, di viaggi frequenti. Mentre i nostri antenati pionieri dovevano forse basarsi sulle tradizioni orali per trasmettere notizie riguardo al mutare degli eventi o ai pericoli della frontiera, di certo noi non abbiamo più bisogno di semplici resoconti “popolari” di quello che accade, con tutta la loro tendenza a distorgere i fatti. Basta però un momento di riflessione per ricordarci quante storie, quante voci — strane, affascinanti, ma prive di qualsiasi verifica — giungano di continuo alle nostre orecchie: assassini e pazzi in libertà, esperienze personali drammatiche o divertenti, prodotti di fabbrica poco sicuri, e molti altri misteri senza risposta della vita quotidiana. A volte ci ritroviamo di fronte a differenti versioni orali di queste storie e occasionalmente ci può capitare di leggere articoli su fatti di questo tipo su giornali o riviste; ma di rado troviamo, o cerchiamo, una documentazione attendibile. La mancanza di una possibile verifica non attenua minimamente il fascino che le leggende metropolitane esercitano su di noi. Le gustiamo semplicemente in quanto storie e tendiamo a dar loro ascolto almeno in parte come a racconti degni di fiducia. Le leggende che noi raccontiamo, come tutto quello che fa parte del folklore, riflettono molte delle speranze, delle paure e delle angosce del nostro tempo.
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