Negli ultimi anni Internet, e più specificatamente le reti sociali virtuali, hanno assunto un'importanza crescente anche nell'ambito della comunicazione del prodotto culturale. Si tratta di una serie di canali di facile accesso che non richiedono investimenti rilevanti. In questo contesto, i musei non possono più permettersi una comunicazione istituzionale ingessata, limitata a un sito statico in cui presentare in modo approssimativo le proprie attività espositive.
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Il termine appare per la prima volta nella Svizzera italiana sul Corriere del Ticino dell’11 novembre 1990, in margine al processo del pirata informatico Morris, reo di essersi intruso, nel 1988, nei sistemi elettronici americani: “Alla Internet sono collegati anche diversi computer della Nasa e del Pentagono” .
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“Non ho mai dato grande importanza alla fotografia. Fotografavo perché era necessario, ma sempre con la sensazione che fosse una perdita di tempo, una perdita d’attenzione”[1]. Claude Lévi-Strauss si esprime in termini forti al riguardo della fotografia. Una tesi in netto contrasto con la visione contemporanea di una società che vive costantemente sotto la pressione delle immagini. Il ricercatore, nel seguito dell’intervista condotta da Véronique Mortaigne chiarisce la sua posizione: “Mi è capitato ogni tanto di premere il bottone e di riprendere qualche immagine, ma ben presto ne sono rimasto disgustato perché, con l’occhio dietro all’obbiettivo, non si vede cosa accade e ancor meno si capisce”.
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