Una volta, in un articolo, io stigmatizzai l’atteggiamento di uno di questi tizi che si permettono di dire che teorie scientifiche come quella dell’evoluzione siano “solo teorie”, ed affermai che il tizio in questione, chiaramente, non sapeva nulla di scienza. In seguito a ciò, un quattordicenne mi scrisse una lettera nella quale dichiarava che le teorie erano soltanto “congetture assurde”, e che lui lo sapeva bene, in quanto gliel’avevano detto i suoi insegnanti. Rinnegò con parole infiammate la validità della teoria dell’evoluzione e mi disse con orgoglio che a scuola pregava perché nessuna legge poteva impedirgli di farlo. Allegò alla lettera una busta affrancata, con il suo indirizzo, perché voleva sapere quale fosse la mia opinione sugli argomenti da lui toccati. Giudicai più che giusto rispondergli. In poche righe gli chiesi di considerare attentamente l’eventualità che i suoi insegnanti fossero digiuni di scienza quanto lui. Gli suggerii inoltre che nella sua prossima preghiera implorasse Dio di concedergli un’istruzione, in modo che non dovesse restare così ignorante tutta la vita.
Lasciando da parte le considerazioni scientifiche, ci sono tre motivi che impongono all’umanità di viaggiare nello spazio. Il primo è l’eliminazione dei rifiuti; dobbiamo trasferire nello spazio i processi industriali, perché la terra possa rimanere un luogo verde e piacevole, dove abiteranno i nostri nipoti. Il secondo motivo è legato all’esaurimento delle risorse; le risorse del nostro pianeta sono limitate e non potremo eternamente permetterci di rinunciare a sfruttare l’abbondanza di energia solare, di minerali e di spazio vitale che stanno all’esterno del nostro pianeta. La terza ragione è la nostra necessità spirituale di avere una frontiera aperta. Lo scopo ultimo del viaggio spaziale è quello di portare all’umanità non soltanto qualche scoperta scientifica e qualche spettacolare trasmissione televisiva, ma un vero ampliamento del nostro spirito.
Dyson, Freeman J. Turbare l’universo. Nuova ed. accresciuta. Torino: Bollati Boringhieri, 2010.
Molte persone ritengono che computer sia una parola sporca. Secondo loro, questi apparecchi minacciano di disumanizzarci, non sono in grado di affrontare i problemi sotto una prospettiva umana, sono capaci solo di vedere le cose sotto forma di numeri. Ma questo vale anche per l’abaco, per la bilancia e per il regolo di misura, ossia l’asta del geometra. Vale per qualsiasi strumento usato dall'uomo per risolvere in modo meccanico i suoi problemi. Qualche architetto della preistoria si sarà lamentato amaramente di coloro che costruivano gli edifici servendosi di una recente invenzione come il regolo. ‘Non ci si deve basare su un pezzo di legno secco per capire quanto sono lunghi i piedritti di pietra’ avrà sentenziato. ‘Dovete avere l’occhio addestrato dell’architetto che sa il suo mestiere, altrimenti finiremo tutti per disumanizzarci.’ I computer, certo, sono molto più complicati di qualsiasi precedente strumento utilizzato dall’uomo per risolvere problemi. Sono molto più veloci, e infinitamente più capaci di affrontare simultaneamente un grande numero di fattori. E questo è per noi un bene, perché in passato non abbiamo mai dovuto risolvere problemi così complessi, e così frequenti, come oggi. Non c’è mai stato un così elevato numero di persone che, servendosi in tanti modi di tante risorse, abbia dato origine a una società tanto complessa.
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